Io sto con i Forconi


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Li hanno dipinti come ultras, squadristi, facinorosi di ogni sorta. Hanno usato il silenzio mediatico per boicottare l’avvio della protesta. Hanno minacciato il pugno di ferro. E non li hanno fermati.

Questi italiani che dal 9 dicembre riempiono le piazze d’Italia, gridando il loro desiderio di giustizia, sono la parte migliore del nostro popolo, che con coraggio ha deciso di rischiare il tutto per tutto, pur di sputare in faccia ai tiranni vigliacchi che ci opprimono.

Ci hanno tolto tutto, a me come a tutti voi. Ci hanno tolto la giustizia. Hanno impedito ad un popolo operoso di lavorare. Hanno riempito i palazzi del potere di una merea di letame. E in quegli stessi palazzi dove con accortezza e onestà si sarebbe dovuto badare alle sorti d’Italia, hanno venduto il nostro destino, con vigliacca accondiscendenza, ai poteri oppressori dell’Europa egemonizzata dalla Germania e da biechi burocrati che decidono a tavolino le disgrazie dei popoli.

Ci hanno tolto il futuro.CI HANNO TOLTO IL FUTURO.

Una cosa sola non mi hanno mai tolto: la speranza che presto sarebbe arrivata la resa dei conti, l’ora della vendetta e della giustizia.

Ora tutti quei miei compatrioti serrati in piazza nei presidi, a rischiare manganellate e arresti per tutti noi, a cui persino la polizia manifesta solidarietà, mi hanno dimostrato che l’inizio è arrivato e la resa dei conti è vicina.

Il solo futuro è nella rivolta.

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Vigliacchi, traditori, collaborazionisti dei poteri forti, affaristi, giocatori d’azzardo sulla pelle degli altri: sarete defenestrati. Questa non è la Grecia, questa è l’Italia e ora sappiamo che non si piegherà.

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Anche io sto con i Forconi. Viva l’Italia!

Cosa sarà dell’Europa?


Ricordate l’entusiasmo dei primi del 2000, quando si parlava tanto di Europa unita, come se stesse per divenire realtà, con la sua bella moneta unica? Nei miei ricordi di bambino quell’entusiasmo era contagioso.

Peccato doversi svegliare anni dopo e constatare il fallimento totale di quel sogno. Dell’Unione Europea non si può salvare nulla: sbagliata la moneta unica, sbagliato il sistema bancario, sbagliate le istituzioni politiche, sbagliata la politica interna, inesistente la politica estera, sbagliata la propaganda, sbagliati i valori. L’inconsistenza di questo progetto è stata la chiave di volta che ha permesso alla Germania di impadronirsi delle istituzioni comunitarie per opprimerci con politiche fiscali non solo rigide, ma completamente idiote. La moneta unica ci stritola con la sua forza e alla crisi economica si aggiunge quella istituzionale. In tutti i paesi maggiormente in difficoltà i partiti antieuropei guadagnano terreno, in modo particolare in Francia, dove il Front National di Marine Le Pen si avvia a divenire primo partito.

Ora che contempliamo una crisi europea che potrebbe annientare l’Unione, viene da chiedersi: era davvero possibile immaginare gli Stati Uniti d’Europa? Non era forse una follia pensare di fare una sola, grande nazione usando come mattoni le nazioni europee nemiche da sempre, molto diverse sia sul piano linguistico che culturale, oltre che sul piano dello sviluppo economico?

Un simile artificio, inventato e costruito intorno ad un tavolo, non si può ottenere con la diplomazia e il libero consenso di tutti. Per unire popoli diversi servono o la minaccia di un comune, terrificante nemico, oppure la conquista della supremazia di una nazione sulle altre.

L’Europa unita è stata un sogno ma è tempo di abbandonarlo, poiché con esso si è cercato di assassinare le patrie nazionali, senza offrire ai popoli una casa più amata e più sicura. Abbandoniamo questo sciagurato e costoso esperimento, per cavalcare l’onda della resurrezione nazionale. Sì perché più si cerca di distruggerlo, più lo spirito nazionale risorge forte e vigoroso.

Non ci credete? Cosa sono Alba Dorata e il Front National se non questo? Non vedete anche in Italia un innegabile desiderio di ritornare allo spazio nazionale? Tutta la Destra comincia a fare i conti con questo spettro, cercando di riorganizzarsi per seguire l’esempio dei colleghi stranieri. Ma, più d’ogni altro esempio, cos’è la politica di egemonia della Germania se non la prova inequivocabile che i tedeschi non credono nell’Unione Europea e il loro governo ne sfrutta le istituzioni come un mezzo per realizzare con l’economia e il diritto, anziché che con le armi, l’antico sogno ultranazionalista tedesco, il dominio della Germania sull’intero continente?

Se credete che le patrie nazionali siano morte, vi sbagliate. L’attacco alla sovranità da parte di organismi sovranazionali,  l’invasione da parte di etnie e culture straniere, la crescente debolezza economica e politica, il peggioramento delle nostre condizioni di vita, l’ormai insopportabile strapotere dei nemici interni e il rafforzamento inarrestabile dei nemici esterni: tutto questo concorre a farci rimpiangere l’ordine, la potenza e la sicurezza della nazione.

Potrete ammirare, negli anni a venire, come cercheremo di portare nuova linfa vitale e nuova forza al sogno nazionale.

L’Unione Europea è finita. Le nazioni devono risorgere per contrapporre la loro forza alla dittatura degli organismi sovranazionali, figli della globalizzazione e nemici giurati dei popoli.

Questa è la nostra unica speranza, non ci sono vie di mezzo o scorciatoie, o ritroviamo l’unità attraverso la Nazione o saremo alla mercè di questi padroni senza volto.

Abbiamo il dovere di restare e resistere


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Qui mi rivolgo ai giovani, tanto delusi dall’Italia da volersene andare, pensando, in virtù della giovane età, di trovare oltre le nostre frontiere un mondo di possibilità.

 

Siamo, tanto bravi, noi ragazzi, a pretendere, pretendere, pretendere: dalla famiglia, dalla società, dallo Stato. Vero, le condizioni sono pessime e lo status quo ci priva delle possibilità di avere un avvenire dignitoso, vero lo Stato si impegna meno di quanto vorremmo, vero questa società non ci piace (non piace a nessuno). Ma pensare: “L’Italia è un paese di merda” non ci garantirà un futuro migliore.

 

Questa nostra Patria ci ha cresciuti, difesi e amati, al meglio delle sue possibilità. Perché la Patria non è lo Stato. La Patria sono i nostri affetti, i nostri amici, la nostra famiglia, i luoghi della nostra infanzia, gli angoli di paradiso terrestre che, per ragioni del tutto proprie, ognuno di noi porta nel cuore. La Patria sono le tradizioni dei nostri avi, gli insegnamenti dei nostri nonni, dei nostri genitori, le speranze per i figli che avremo. La Patria è la Terra che ha accolto e cresciuto generazioni della nostra famiglia e che ancora conserva i sepolcri degli avi. Ove lo Stato sbaglia, la Patria è infallibile. Quando lo Stato ti tradisce, la Patria ti consola dei tuoi patimenti. La Patria è ciò che ti insegna chi sei, che ti fornisce la sicurezza di una identità, ciò che ti protegge con la certezza di appartenere ad un mondo, una cultura, una tradizione storica, etnica, religiosa e famigliare. Noi abbiamo un debito enorme verso la Patria, è nostro dovere onorarlo.

 

Altre generazioni di nostri antenati si sono trovati a vivere in una realtà che disprezzavano, da cui si sentivano denigrati. Alcuni sono fuggiti, alla ricerca della fortuna. Altri sono rimasti, sapendo di dover affrontare travagli inimagginabili e rischi mortali per conquistare con il sangue il diritto di costruire la nazione che sognavano.

 

Abbandonare l’Italia al proprio destino significa disonorare il loro coraggio e il loro sacrificio, misconoscere la nostra stessa identità.

 

Noi possediamo la forza intrinseca della gioventù, ma ce ne siamo dimenticati. Privando la Patria di questa forza poderosa la lasceremo cadere fra le fauci distruttrici della Storia. E’ tempo di rammentare di essere i depositari del destino della nostra Nazione, di accettare l’onore e l’onere che la Sorte ci consegna. Abbiamo la possibilità di determinare la caduta o la resurrezione d’Italia. Infamia o gloria.

 

La prima via è facile, in discesa, basta arrendersi alla corrente della Storia. La seconda è un tortuoso sentiero di montagna, lastricato di pericoli, fatiche e sofferenze, che però conduce ad una vetta, se sfolgorante di splendore o ancor più tetra spetta a noi determinarlo. Se scegliamo di imboccare questa stretta e difficile mulattiera, dobbiamo prepararci, ritrovare la Forza insita nel nostro sangue di italiani e rammentare sempre che non abbiamo nulla da perdere, siamo pertanto liberi di rischiare tutto.

 

Oppure possiamo arrenderci senza combattere o fuggire altrove, guardando e subendo la rovina della Patria e le sue nefaste conseguenze. Ma non abbiate l’ignorante arroganza di credere di sfuggire alle frustate della colpa e ai morsi della nostalgia, perché per il resto dei vostri giorni  piangerete “Italia…”.

 

L’era della tristezza


Il nuovo millennio ha visto in Italia la vittoria definitiva di un solo vero padrone, che ci domina rincrudendo di anno in anno la sua feroce dittatura. E’ la tristezza. Lei era già lì, ben nascosta, sotto l’esuberanza con cui la gente festeggiava l’arrivo del 2000, con le mille speranze in un’era migliore della precedente. Quell’evento, nei miei ricordi di bambino di allora, è correlato a moltissime emozioni positive, una sorta di frenesia data da speranze enormi e bellissime, senza freni né limiti. Era l’emotività della società occidentale lanciata verso il futuro ad avermi contagiato.

Sono trascorsi 13 anni e sarei ben felice di poter dire che la sola differenza, da allora, è che nel frattempo ha preso a crescermi la barba; però non posso, mentirei spudoratamente. Niente è uguale a prima. La tristezza si è impadronita di tutti, sia di chi, come me, è naturalmente portato a percepirla, sia di chi cerca sempre di nasconderla; ed in questo secondo caso pesa ancor di più.

Siamo forse reduci nostalgici di un Novecento iniziato sotto i peggiori auspici ma divenuto, dagli anni ’50, niente male. Schiavi di un ricordo piacevole di benessere, non soltanto economico ma anche emotivo e sociale. E’ vero che i morbi che ora ci uccidono li abbiamo contratti nel secolo scorso, ma i loro effetti non erano ancora così evidenti e l’Italia di allora viveva ancora una parvenza di salute.

Penso che la causa di tutto non sia da ricercare nella mutata condizione economica, ma nel cambiamento, radicale e rapidissimo, della nostra educazione e della nostra socialità; perché una delle più grandi sconfitte della nostra società è la vittoria dell’Io sul Noi.

Nel trionfo dell’individualismo c’è la fine dei valori condivisi, delle tradizioni secolari, della cultura popolare e di quella civica, dei principi religiosi, degli affetti famigliari e amicali; in altre parole: la disfatta di tutto ciò che fa, di un insieme di individui, un popolo e di ciò che fa, di un territorio e dei sui abitanti, una nazione. La dissoluzione di tutto ciò che nobilita l’uomo, votandolo a fini più grandi della sopravvivenza e del godimento fine a se stesso.

Uno dei tanti esempi tangibili di questo stato di cose, facile da notare e comprendere per chiunque, è la nostra difficoltà a comunicare: disponiamo dei più potenti mezzi di comunicazione della storia, insozziamo l’etere con miliardi di informazioni ogni giorno e, quando ci sediamo al tavolo di un bar e qualcuno che siede al tavolo accanto tenta di attaccar bottone per intavolare una conversazione, lo guardiamo come fosse pazzo. Passiamo ore ed ore sui social network, che esistono per lo scopo di “socializzare” (o, per meglio dire, tenersi in contatto) via internet  e, di questi strumenti, il più utilizzato è Twitter, che ti da la possibilità di scambiare messaggi non più lunghi di 140 caratteri, come se si potesse esprimere in 140 caratteri qualcosa di più importante di una fesseria senza alcuna profondità!

Questo era il più banale degli esempi. Ma è utilissimo per comprendere che, a dispetto di quanto potrebbe sembrare, viviamo in uno stato di perenne solitudine, che ci siamo imposti non avendo imparato a condividere nulla. D’altronde, perché mai dover imparare a condividere idee, pensieri, tradizioni, in una nazione in cui il rispetto di tutte le idee, indipendentemente dal loro “peso”, è stato elevato a valore assoluto? Evviva la libertà di pensiero e di espressione! Peccato che non tutte le idee abbiano lo stesso valore… E in una società in cui tutti i pensieri contano alla stessa maniera, tutti abbiamo ragione, che equivale a dire che nessuno ha ragione.

Ma se tutti abbiamo ragione, o, viceversa, se nessuno ce l’ha, che bisogno c’è di scambiarsi idee o condividere una “cultura” con qualcuno, cercando nell’appartenenza ad un gruppo, un partito, un comunità, il riconoscimento di noi stessi. No, meglio l’individualismo, che non pone il rischio di confrontarsi. Peccato che la solitudine sia madre della tristezza…

All’Italia del nuovo millennio manca la memoria delle proprie fondamenta, quella cultura popolare di semplicità, umiltà e solidarietà, di responsabilità, devozione e sacrificio, che sono state la grandezza ed il vanto di questo Paese.

Le trasformazioni radicali che la globalizzazione dei mercati ci ha imposto hanno cancellato tutto questo; ed ora che siamo più distanti che mai dalla possibilità di far rivivere quel mondo, ci appelliamo più che mai alla sua memoria, perché, in fondo, abbiamo maturato la coscienza che sarà ben difficile farlo rivivere.

La prima cura alla tristezza è ricostituire un’unità ideale e solidale tra gli italiani e a questo ci condurranno la crisi e la povertà a cui andiamo rapidamente incontro. Su queste basi, forti del desiderio di riscatto, potremo ritrovare il coraggio per investire di nuovo sul futuro della nostra nazione, sotto tutti gli aspetti: politico, economico-sociale, culturale. Ma dobbiamo farlo finché ne abbiamo le risorse, prima che sia troppo tardi.

Non lasciamo che la tristezza ci privi della capacità di reazione, non arrendiamoci: l’Italia è un grande Paese e gli Italiani sono un grande popolo, possiamo ancora capovolgere le nostre sorti.