Breve storia dei Conti Barbavara di Gravellona


All’ingresso di Gravellona Lomellina che affaccia sulla provinciale per Vigevano vi è uno dei maggiori tesori del piccolo comune lomellino: Villa Barbavara, con il suo magnifico giardino. La proprietà, tra i più bei possedimenti nobiliari di Lomellina, appartiene agli eredi dei Conti Barbavara di Gravellona.

Questa famiglia di antichissima nobiltà franca ricevette il titolo in epoca molto remota, nell’811 da Carlo Magno stesso secondo alcune fonti, nel 1200 secondo altre. I maggiori feudi dei Barbavara, all’epoca, erano concentrati nelle zone del Lago maggiore e del Lago d’Orta, della Valsesia, delle Valli Ossola, Anzasca e Strona e di Gravellona Toce, da cui la denominazione di “Barbavara di Gravellona”. Da questi possedimenti vennero cacciati da un’insurrezione popolare nel XV secolo.

Il feudo di Gravellona Lomellina fa parte delle terre che Giangaleazzo Visconti, signore di Milano, concesse a Francesco Barbavara, suo apprezzato consigliere e marito di Antonia Visconti. Di questo nobile casato furono membri illustri anche Giovanni Barbavara, senatore del Regno d’Italia, fondatore delle Poste e l’ammiraglio Edoardo Barbavara, comandante dell’incrociatore Varese della Regia Marina italiana, il primo sepolto nel cimitero di Gravellona Lomellina e il secondo al cimitero del Verano a Roma. La storia dei Barbavara e dei loro possedimenti è in buona parte affidata alla tradizione orale e all’ottima memoria della Contessa Margherita Barbavara, poiché gli archivi di famiglia andarono perduti durante i bombardamenti angloamericani su Milano, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Il giardino Barbavara, in origine proprietà della nobile famiglia Ferraris e passato ai Barbavara in seguito al matrimonio della figlia di Gianandrea Ferraris con Massimiliano Barbavara, fu realizzato oltre 200 anni fa da un architetto inglese di cui la storia non ci ha tramandato l’identità. Laghi, colline, corsi d’acqua, alberi secolari, vegetazione fittissima e straordinariamente varia (vi sono persino tre cedri del Libano bisecolari), dipingono l’atmosfera fiabesca di questo luogo incantevole, dove il tempo pare essersi fermato. Il tutto fa da cornice ai due edifici principali presenti al suo interno: il primo è la villa nobiliare che si innesta all’angolo del grande giardino che affaccia su Via Matteotti , il secondo, forse il più suggestivo per la sua collocazione, si trova al centro della proprietà. Composta da una casa colonica realizzata in più parti nel corso di varie epoche e di una magnifica torre che svetta tra le cime degli alberi, questa seconda residenza si specchia nelle acque del lago, su cui si gode una magnifica vista dall’ampia terrazza, di recente edificazione, che vi si affaccia. Purtroppo sulla torre non vi sono quasi notizie storiche. Dalla sua cima si gode un magnifico panorama della pianura circostante, caratteristica che fu sfruttata da Massimiliano Barbavara e dal suo fattore Farina, al tempo della seconda guerra d’indipendenza, per avvistare gli Austriaci che muovevano su Vigevano, cosicché i Conti poterono far allagare i campi e la strada, rallentando di molte ore l’avanzata del nemico. Per questo atto di grande coraggio e astuzia furono imprigionati dagli Austriaci in una cella sotto la torre. Image

foto sopra: il magnifico salone interno della “Villa la Torre”, a Gravellona Lomellina

All’interno della proprietà trovano spazio anche una serra, un grande recinto per i daini ed una splendida statua della Madonna della Salette. Da alcuni anni è possibile affittare l’incantevole spazio per festeggiare matrimoni. Il Giardino Barbavara è inoltre visitabile ogni anno, in occasione della Festa dell’Arte di Gravellona Lomellina, che si tiene nelle prime settimane di giugno; la Contessa Margherita Barbavara è sempre stata tra i principali promotori dell’evento, aprendo la proprietà ai turisti, concedendone spesso gli spazi per le esibizioni dell’Accademia Musicale di Gravellona Lomellina e organizzando intrattenimenti musicali, in particolare il suggestivo concerto ambientale, ove le note e le armonie musicali vengono trasportate sulla superficie del lago, sino a pervadere ogni angolo del giardino.Image

Foto sopra la Villa Barbavara e la torre si specchiano nelle acque del lago in una magnifica mattinata d’autunno, a Gravellona Lomellina

 

Una fiamma, tutta nera, che divampa in ogni cuor


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Il corpo degli Arditi d’Italia nasce nel 1917, grazie ad una circolare dello Stato Maggiore in cui Cadorna dispone che vengano approntati degli speciali nuclei d’assalto. L’esperienza e l’inventiva degli ufficiali fanno il resto. Gli Arditi vengono reclutati solo tra soldati volontari, di provata esperienza in battaglia. I candidati vengono sottoposti ad un corso di addestramento di due settimane, molto pericoloso, nel quale vengono istruiti all’uso specifico delle bombe a mano, al combattimento corpo a corpo col pugnale e alle tecniche d’assalto. Superato il breve addestramento, gli arditi vengono integrati a reparti tradizionali, in qualità di forza speciale. Sono divisi in tre grandi famiglie: Fiamme Nere se provenienti dalla Fanteria, Fiamme Verdi dagli Alpini, Fiamme Cremisi dai Bersaglieri. Solo poco prima della battaglia sul Piave essi vengono riuniti in due apposite divisioni d’assalto. Il loro impatto strategico sarà straordinario. I reparti d’assalto, con azioni eroiche al limite dell’umano, modificano l’assetto statico del fronte contribuendo in maniera decisa a dare un’impronta di movimento all’ultima fase della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano.

La loro tattica d’assalto è agli antipodi rispetto alle pratiche della guerra di posizione in uso per tutta la prima parte del conflitto. Innanzitutto la permanenza in linea degli Arditi è molto breve, vengono trasportati alla prima linea del fronte poco prima dell’attacco e ritirati nelle retrovie dopo l’azione. L’assalto non viene preceduto da ore e ore di intensissimo fuoco di preparazione delle artiglierie, si preferisce sfruttare l’effetto sorpresa; il cannoneggiamento inizia pochi istanti prima della rapida avanzata dei reparti d’assalto e ne copre l’avvicinamento alle trincee nemiche con una cortina di fuoco. Avanzano gli arditi, avanza il bombardamento. A ridosso della trincea avversaria il tiro cessa e viene sostituito da un massiccio lancio di bombe a mano, che spinge il nemico a rimanere riparato nei ricoveri, convinto di essere ancora sotto fuoco d’artiglieria. Quando gli austriaci si avvedono di quanto stia realmente avvenendo è troppo tardi: le Fiamme Nere balzano nella trincea e fanno strage a colpi di pugnale. Le posizioni non vengono rinforzate, si avanza rapidissimi un assalto dietro l’altro. L’attacco degli arditi getta nel panico e nel caos le linee nemiche. L’ondata di fanteria che segue travolge tutto e consolida le posizioni acquisite. Il contrattacco nemico si trova di fronte uno schieramento di rincalzi freschi e non truppe stremate: non si passa! Questa tecnica efficientissima avrà effetti devastanti per gli austro-ungarici, che perderanno così moltissime posizioni considerate inespugnabili.

Dal Monte Corno alle azioni dei “Caimani del Piave”, dalla conquista del Col Moschin all’impresa di Fiume, la leggenda degli Arditi nasce e si alimenta tutta sulla lama del pugnale.

Il pugnale fra i denti e la bomba a mano diventano le armi principali e i simboli popolari di questi combattenti straordinari votati alla vittoria anche a costo della vita, come enfatizza il loro soprannome di “Compagnie della Morte”. Il moschetto c’è ma si utilizza poco, la baionetta non viene inastata sulla canna ma brandita a mano: in trincea lo spazio è scarsissimo e il pugnale è l’arma migliore.

Moltissime furono le medaglie al valor militare che arricchirono il prestigio dei reparti d’assalto. Fra le Fiamme Nere si annoverano anche due valorosi combattenti che diverranno personaggi molto in vista del Fascismo: Giuseppe Bottai, futuro ministro dell’educazione di Mussolini e il coraggiosissimo futuro segretario del PNF Ettore Muti (arruolatosi volontario clandestinamente a soli 15 anni falsificando i documenti) che fu tra gli 800 eroi che attraversarono il Piave a nuoto col pugnale tra i denti e le granate legate a tracolla per cogliere di sorpresa il nemico; al termine dell’azione, che riuscì pienamente, erano rimasti vivi in 23. Eroico Maggiore degli Arditi fu il futuro Maresciallo d’Italia Giovanni Messe.

In un conflitto che fu la lunga epopea dell’eroismo italiano, gli Arditi d’Italia furono tra gli astri più brillanti delle gloriose Forze Armate italiane.

Gli invincibili reparti d’assalto furono sciolti a guerra finita. Ma per questi eccezionali soldati la pace era stretta e il desiderio d’azione non li abbandonò mai: la Federazione Nazionale Arditi fu la punta di diamante dello squadrismo fascista, portando le tecniche militari perfezionate sul campo di battaglia direttamente nella violenta lotta politica tra fascisti e socialisti. Il contributo strategico degli ex reparti d’assalto, insieme a quello di moltissimi ex combattenti, fu indispensabile per il successo della rivoluzione mussoliniana.

E’ stato proprio questo deciso sostegno  degli Arditi al Fascismo ad averne condannata la memoria. La Storia, si sa, la fanno i vincitori e dopo la caduta del regime e la guerra civile, l’epica leggenda degli Arditi d’Italia finì nel dimenticatoio, per volere della non-cultura antifascista, salvo per le enfatizzate formazioni rosse degli Arditi del Popolo (numericamente molto minoritarie sul totale degli ex arditi, che in gran parte scelsero invece il Fascismo) che si opposero allo squadrismo.

E così le gesta di questi eroi, che ancora dovrebbero far palpitare il nostro orgoglio patriottico, sono state pressoché dimenticate dalla gran parte degli italiani. Ahi serva Italia…

*il titolo di questo scritto si riferisce al celebre canto “Giovinezza”, prima inno goliardico scritto da due universitari torinesi, poi modificato al fronte e divenuto uno dei più celebri canti degli Arditi, per divenire infine nientemeno che l’inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista.

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Storia del Legionario lomellino che combatté in Algeria


Vi propongo il mio ultimo servizio pubblicato dal settimanale “La Lomellina” il 30 ottobre 2013. Si tratta di una storia vera, raccolta dalla testimonianza diretta del protagonista di questa avventurosa esperienza, che ho intervistato diverse volte negli ultimi mesi. Buona lettura.

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Scena di guerriglia urbana in Algeria

 

L’avventurosa storia di Giacomo Lodigiani, classe 1941, inizia nella nostra accogliente Lomellina, a Cilavegna, nel 1959, con un giovane irrequieto e focoso, appassionato di paracadutismo, bramoso di mettersi alla prova e affrontare la vita a denti serrati. A 18 anni non ancora compiuti il giovane Lodigiani scappa di casa, all’insaputa della madre e, con la complicità di un amico, raggiunge in motocicletta il confine con la Francia, evitando la dogana. Raggiunge Marsiglia con mezzi di fortuna e, trovato il centro di reclutamento della Legione Straniera, firma il contratto d’arruolamento: 5 anni di servizio con il Képi Blanc. Da Marsiglia, in un batter d’occhio, è trasferito via nave a Orano, sulla costa algerina, per poi raggiungere la caserma madre della Legione a Sidi Bel Abbes, dove su sua stessa richiesta viene assegnato al 1° reggimento paracadutisti (1° r.e.p., regiment etranger parachutistes) d’istanza a Mascara. L’addestramento è duro, con marce forzate in zone semidesertiche, sotto il peso gravoso dello zaino e dell’equipaggiamento; si marcia a oltranza, a ranghi sparsi, quel che conta è resistere per decine e decine di chilometri, sino alla meta. I tempi sono pessimi, in Algeria infuria la ribellione contro il dominio francese e il 1° reggimento viene mandato a combattere gli insorti, sul confine con la Tunisia. Il giovane Lodigiani, abituato alla dolce terra di Lomellina, imparerà ben presto a calcare a passi pesanti quella terra dura del Nord Africa, fatta di depressioni e balze, colline e monti rocciosi, arida come l’odio dell’uomo e rossa quanto il sangue che quotidianamente la irrora. I ricordi di guerra sono i peggiori, l’anziano legionario stenta a raccontarmeli, la sua coscienza ancora piange la crudeltà di quegli eventi, lontani nella memoria ma troppo vicini nel cuore. La sua guerra è fatta di appostamenti e cacce notturne lungo il confine: bisogna impedire il passaggio di armi e uomini. I nemici sono ribelli algerini capeggiati da ufficiali disertori della Legione Straniera stessa. Algerini, addestrati dalla Legione e che ancora ne indossano la divisa e il caratteristico Képi Blanc, ma che l’hanno tradita per abbracciare la causa di liberazione della loro patria; conoscono bene le tattiche di guerra dei legionari, prevedono i loro movimenti, tendono mortali imboscate, si rintanano e si spostano attraverso gallerie sotterranee. La caccia è difficile e pericolosa: individuata la pista o il cunicolo utilizzato dagli insorti, bisogna stanarli ovunque, anche sotto terra; si vive attaccati al grilletto del fucile d’assalto Fal, come fosse una ciambella di salvataggio in un mare in tempesta. Di notte non si dorme: si spara, si corre all’assalto, si teme, si odia, si uccide e si muore. Spesso qualche commilitone sparisce. I suoi fratelli legionari lo ritrovano il giorno seguente, gettato in una buca con la gola tagliata, i genitali asportati e infilati in bocca. Lodigiani mi racconta di aver ritrovato lui stesso il corpo di un compagno orribilmente trucidato. La notte seguente scatta la vendetta dei legionari… Ogni atrocità commessa dall’una o dall’altra parte spinge più in là la soglia della brutalità, in un crescendo costante di ferocia. Uccidere combattenti armati non pesa: si tratta di uccidere per restare vivi. Quel che pesa come un macigno sulle coscienze dei legionari sono le azioni “sporche”: bisogna individuare i villaggi di collaborazionisti, che offrono rifugio e vettovaglie ai ribelli; il tratto distintivo sono le cataste di barili d’acqua fuori dalle case, pronti per essere forniti al nemico. A quel punto scatta l’azione punitiva sui civili, che non risparmia nessuno: vecchi, donne, bambini. Alcuni anziani portano ancora le uniformi o le cicatrici del servizio prestato nella Seconda Guerra Mondiale sotto la bandiera francese. Atti crudeli, ma chi contravviene agli ordini viene fucilato sul posto. Il nemico dal canto suo non risparmia i civili francesi: le case dei coloni vengono assaltate nottetempo e intere famiglie sterminate. In questo inferno terreno è impossibile distinguere buoni e cattivi, presuntuoso giudicare le azioni dei legionari e dei loro nemici: ogni vendetta ha un movente valido. E’ la legge della guerra. La coscienza che si ribella agli ordini va fatta tacere per portare a casa la pelle. Il Fal è sempre il migliore amico, caro quanto i commilitoni che condividono orrori e travagli. La memoria del vecchio legionario conserva ancora indelebili ricordi di morte, che gli anni e la volontà non sono riusciti a cancellare per dar pace ad un uomo gentile, costretto come tanti altri, a divenire vittima e carnefice. E’ il 30 aprile 1962, i giorni del fronte sono lontani e ad Algeri la Legione Straniera si prepara a festeggiare l’anniversario della Battaglia di Camerone. La capitale algerina viene invasa da reparti dell’esercito francese, i legionari intuiscono che tira una brutta aria. Il 1° reggimento paracadutisti della Legione viene radunato in una piazza e circondato da soldati armati; ufficiali col megafono ordinano ai legionari di gettare le armi, altrimenti vi sarà un bagno di sangue fratricida. Arriva il Presidente De Gaulle. Il suo ordine è categorico: il 1° reggimento paracadutisti deve essere sciolto e così avviene, fortunatamente senza spargimenti di sangue tra le varie forze francesi. Perché tutto questo? La ragione sta nella scelta di De Gaulle di concedere l’indipendenza all’Algeria alla quale i vertici delle forze armate e i coloni francesi si erano opposti ferocemente. Alcuni alti ufficiali del 1° reggimento paracadutisti avevano partecipato ad  un complotto per assassinare il Presidente e prendere il potere. Complotto fallito, con conseguente rappresaglia di De Gaulle. Sciolto il suo reggimento, dopo tre anni passati in guerra, Giacomo Lodigiani non accetta, come molti suo commilitoni del 1° r.e.p., di essere assegnato ad un altro reparto della Legione, chissà dove nel mondo e insieme a molti suoi fratelli d’armi fugge in Spagna, grazie all’aiuto dei coloni e di pescherecci spagnoli. Da lì attraversa il sud della Francia, senza essere scoperto e torna in Italia, nella sua Cilavegna. 

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Foto sopra: cartolina postale d’epoca che ritrae la caserma madre della Legione a Sidi Bel Abbes

Giacomo Lodigiani dopo la guerra

Al suo ritorno in Italia Giacomo Lodigiani, probabilmente per un errore burocratico, si trova a dover prestare il servizio di leva (per legge non avrebbe potuto, essendo figlio unico di madre vedova). Nel ’63 svolge la leva militare presso un reparto paracadutisti del nostro esercito e partecipa per pochi mesi alla missione NATO a Cipro. Tornato nuovamente in Italia si costruisce una vita da civile: fa il falegname nella sua Cilavegna, poi lavora per 23 anni in diverse officine meccaniche di Vigevano, lavorando alle macchine per calzature, infine svolge l’attività di guardia giurata per 10 anni, sempre a Vigevano, sino alla pensione. Nel frattempo si sposa e ha una figlia. Ora è un arzillo signore di 72 anni, basso di statura ma di struttura forte, occhi piccoli e vivacissimi, parlantina sciolta e amichevole, spirito gentile e attivo, non ha perso nulla del suo temperamento focoso. Fa il nonno a tempo pieno e vive ancora a Cilavegna. Lo si può incontrare spesso nei bar del paese, a bere un caffè con gli amici; racconta la sua storia solo a chi lo conosce molto bene. Ogni tanto partecipa ai raduni della Legione Straniera, sperando di incontrare qualche vecchio commilitone, poiché molti vivono sotto anonimato e rintracciarli non è facile; lui stesso preferisce non concedermi una fotografia, sarebbe troppo appariscente. Colleziona scritti, libri e oggettistica della Legione, segno di una passione mai sopita. Legionario una volta, legionario per tutta la vita.

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Foto sopra: monumento ai legionari caduti

 

Breve storia della Guerra d’Algeria

La Guerra d’Algeria fu un conflitto d’indipendenza che vide il Fronte di Liberazione Nazionale algerino impegnato in una lotta all’ultimo sangue con le forze armate francesi, decise a mantenere il dominio coloniale sull’Algeria. La guerra si protrasse dal 1954 al 1962, con un elevatissimo grado di violenza e brutalità da entrambe le parti, in cui spesso i civili algerini e i coloni francesi furono coinvolti. Le conseguenze furono pesanti anche per la politica francese, determinando la caduta della Quarta Repubblica e il ritorno al potere di De Gaulle. Con la decisione di quest’ultimo di negoziare l’indipendenza dell’Algeria, dopo sette anni di guerra, si aprì una fase di conflitto fra le autorità governative francesi da un lato e parte delle forze armate appoggiate dai coloni francesi d’Algeria dall’altro. Le tensioni culminarono in un tentativo di golpe, che coinvolse molti ufficiali della Legione Straniera e dell’Esercito Francese, ma fallì per l’incapacità dei golpisti di ottenere la partecipazione di gran parte delle forze armate. La guerra terminò con la concessione dell’indipendenza all’Algeria da parte del Presidente De Gaulle, il 3 luglio 1962.

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Foto sopra: legionari in parata

 

Breve storia della Legione Straniera francese

La Legione Straniera francese fu istituita da re Luigi Filippo di Francia il 9 marzo 1831. Composta da soldati di qualunque nazionalità, tra cui anche moltissimi italiani, questa forza militare accoglie anche chi si è macchiato di reati (chi ha commesso reati gravi non è più accettato da tempo), che si può arruolare sotto falso nome, costruendosi una nuova vita e una nuova casa servendo la Francia nella Legione. Il suo simbolo è il caratteristico cappello bianco, il Képi Blanc. Impiegata in moltissimi teatri di guerra in svariate aree del mondo, nel corso della sua storia, la Légion étrangère si è sempre distinta per lo straordinario valore guerriero. Reparti della Legione erano stanziati in Francia e in tutti i suoi possedimenti coloniali, dall’Africa all’Indocina. Al tempo della Guerra d’Algeria essa era composta da oltre 45.000 legionari, mentre ora il numero si è ridimensionato sino a 7.700 unità. Ogni anno, il 30 aprile, viene celebrata la più importante ricorrenza legionaria: l’anniversario della Battaglia di Camerone (Messico, 1863).

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Foto sopra: legionari oggi

Quattro itinerari turistici nella Provincia di Pavia


Ripropongo in questa sede un mio vecchio articolo, pubblicato sul settimanale “La Lomellina” il 27/03/2013

Nella tarda mattinata di sabato 23 marzo, presso la Sala dell’Annunciata in Piazza Petrarca, a Pavia, è stato presentato un nuovo progetto di sviluppo turistico della Provincia di Pavia. Erano presenti in qualità di oratori il Presidente Daniele Bosone, l’Assessore al turismo della Provincia Emanuela Marchiafava e Riccardo Lorenzino, fondatore della Hapax Editore di Torino, che ha vinto la gara d’appalto per la realizzazione del progetto. Tra il pubblico numerosi amministratori locali. L’ambiziosa iniziativa comprende quattro itinerari turistici, corrispondenti alle aree geografiche di maggior interesse della nostra provincia: Lomellina, Pavia città e zone limitrofe, le tre valli dell’Oltrepò e l’Alto Oltrepò. Il territorio lomellino avrà una parte fondamentale nel progetto grazie alle sue ricchezze storiche, artistiche e naturali che, unite al paesaggio suggestivo e ai prodotti tipici di qualità, comincia ad essere meta di grande interesse per i turisti del Nord Europa, in particolare belgi e olandesi. L’itinerario lomellino attraverserà tutti i centri maggiormente rappresentativi, come Lomello, Vigevano, Mortara, Breme, Sartirana, Garlasco e molti altri, alla scoperta della terra delle risaie, tra castelli, piazze, borghi rurali, antichi cascinali, chiese, arte e sapori d’altri tempi. Tra gli strumenti in preparazione, depliant e cartine turistiche, disponibili gratuitamente in tutti i punti di maggior frequentazione: bar, ristoranti, alberghi, esercizi commerciali; questo affinché ogni esercente possa sentirsi partecipe della promozione della propria terra. Inoltre, i curatori del progetto sono già impegnati da oltre un anno nella produzione di una grande guida del territorio provinciale, immenso compendio di tutta la storia, la cultura e la tradizione della provincia pavese. Tutto il materiale sarà ovviamente disponibile in internet, dove verrà realizzato un database con tutte le informazioni di interesse turistico. L’intero progetto (ultimato per 2/3) sarà presentato all’Expo di Milano 2015. Finalmente un’idea di sviluppo sostenibile, volta a salvaguardare e valorizzare il territorio, un’occasione per la Lomellina di riscoprire se stessa e prendere coscienza della propria bellezza e della necessità di preservarla. L’Assessore Marchiafava è stata molto esplicita a riguardo: “E’ evidente che un piano di sviluppo di questo tipo non può essere compatibile con modelli differenti, come autostrade e discariche”. Una frecciata, molto chiara, ai sindaci: no alla devastazione del suolo, no all’autostrada Broni-Mortara. Il futuro parte da qui.

Stefano Badini

Nuova fase del progetto turistico di Gravellona Lomellina-Intervista al sindaco Francesco Ratti


Con la fine della bella stagione per Gravellona Lomellina si chiude una fase importante, quella del miglioramento estetico del paese, che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni e se ne apre una nuova: quella di promozione turistica del piccolo centro lomellino. “L’operazione di abbellimento del paese può dirsi pressoché conclusa – spiega il sindaco Francesco Ratti – pertanto i tempi appaiono maturi per iniziare un’opera sistematica di promozione turistica di Gravellona”. Si comincia così perfezionando tutti i mezzi di comunicazione disponibile: “Stiamo per dotare tutti i luoghi e gli edifici di maggior interesse con pannelli esplicativi muniti di codici QR, che rimanderanno ad altrettanti siti specifici, in cui trovare informazioni e file audio esplicativi, in modo da poter utilizzare il proprio smartphone come audio-guida; inoltre sono già pronti i nuovi manifesti pubblicitari e lo saranno a breve anche i depliant, appositamente concepiti per attrarre l’interesse di un pubblico non più solo lomellino, ma soprattutto esterno” prosegue Ratti. L’operazione si attuerà seguendo obiettivi precisi, tra i quali fondamentale è il coinvolgimento dei privati nel miglioramento estetico del paese e nel potenziamento delle strutture di ricezione, prevedendo corsi di preparazione per gestire b&b e affittacamere, corsi di preparazione per ciceroni gravellonesi, culturalmente preparati e versati nelle lingue, che guidino i turisti attraverso i comuni della Lomellina e le altre zone di interesse vicine (Vigevano, Milano, Pavia, Novara, Lago Maggiore, Lago d’Orta, Oltrepò Pavese, Monferrato ecc.) e creazione di gruppi di lavoro specializzati, composti da volontari, in grado di affiancare e sostenere l’impianto culturale, organizzativo e programmatico dell’operazione. E ancora, creazione di guide turistiche e mappe su Gravellona e zone limitrofe con itinerari consigliati, noleggio biciclette, convenzioni con privati proprietari di edifici e proprietà di pregio, preparazione di smartbox gravellonesi. Nel pensiero di Ratti la Lomellina diviene protagonista, punto di partenza e punto di arrivo di nuovi flussi turistici in una parte bellissima ma poco conosciuta del Nord Italia e, di tutto questo, Gravellona e il suo progetto pionieristico dovranno essere il cuore pulsante. E’ facile notare come un’operazione di simile portata dovrà accompagnarsi alla diffusione massiccia di una cultura del turismo e dell’accoglienza fra i cittadini, gravellonesi e lomellini, cosa che sta già avvenendo, coinvolgendo anche molti giovani (giovani mortaresi hanno già prestato la loro solerte opera di volontari a Gravellona, insieme a giovani gravellonesi), ma che va incoraggiata e incentivata. Il futuro passa da qui, non dal cemento, non dalle fabbriche, non dalle raffinerie, non dai termovalorizzatori, non dalle centrali a bio-gas; il futuro sono le nostre campagne, i nostri borghi, ville, castelli, antichi cascinali, la nostra cultura, la nostra storia. Il futuro si chiama tradizione.

                                                                                                                                                                                     Stefano Badini

Pubblicato dal settimanale “La Lomellina”, 09/10/2013

Breve intervista a Davide Van de Sfroos


“Buongiorno, piacere di rivederti!” con queste semplici parole e una vigorosa stretta di mano Davide Van De Sfroos mi saluta, sabato pomeriggio, al nostro secondo incontro dal giugno scorso, quando era stato a Gravellona Lomellina per la Festa dell’Arte. E di quest’uomo, ancora una volta, mi colpisce la grande semplicità, l’umanità limpidissima di chi sa guardare il mondo e gli uomini con umile profondità. Ci accomodiamo con un sigaro toscano e una grappa e mi spiega perché ha scelto di tornare a Gravellona per girare alcune riprese del suo programma Rai “ Terra&Acqua” e tenere uno spettacolo serale. “Gravellona mi aveva colpito anni fa, in occasione del mio primo concerto qui. Allora avevo compreso come in questa terra, così diversa dalla mia ed in cui tutto sembra dilatarsi nei grandi spazi di pianura, le genti avessero fatto fronte comune, arroccandosi intorno alla propria tradizione contadina, per difendere la bellezza dalla mediocrità che spesso deriva dal progresso economico” spiega il cantautore. “In questo paese è evidente lo sforzo costante di tendere a conservare e a creare una bellezza che appaghi tanto chi vi abita quanto i visitatori. Il Parco dei Tre Laghi e i mille tocchi d’arte ne sono la prova tangibile” mi dice con evidente ammirazione. “Ciò che voi avete fatto è un gesto di rivendicazione, per sancire l’appartenenza ad una terra che davvero sentite e rispettate come casa” prosegue Van De Sfroos. “Sopra ogni cosa mi ha colpito il grande affetto che la vostra gente ha sempre dimostrato nei miei confronti, con grande semplicità e disponibilità e nei confronti della mia musica, dalla quale credo si senta rappresentata” conclude l’artista. Di queste parole gli sono molto grato, perché riconoscono un impegno nel quale in molti abbiamo creduto e, dette dall’uomo che si è fatto portavoce di quella grande identità lombarda troppo spesso snobbata, mi colmano di orgoglio. Dopo la pausa pranzo le riprese proseguono, con un piacevole intermezzo musicale nella piazzetta della frazione Barbavara dove Davide Van De Sfroos intrattiene brevemente il pubblico cantando “Pulenta e galina fregia”, per concludersi con lo spettacolo serale nel cortile del municipio, spettacolo intenso e coinvolgente, dove il cantautore alterna musica, poesia, videoclip e aneddoti personali, catturando l’attenzione e l’ammirazione di un affezionatissimo pubblico.

Pubblicato sul settimanale “La Lomellina”, mercoledì 18 settembre 2013Immagine

Suggestioni di casa mia


Percorro una strada che attraversa dritta la pianura lomellina; di fronte a me si delineano netti e imponenti i profili delle Alpi contro l’orizzonte che si fa sera. L’immensa pianura mi circonda in ogni direzione, questo spazio sconfinato dove il cuore degli uomini si dilata nell’immensità, teso ad ascoltare il mondo. Intorno le risaie e le rive e i radi alberi e le antiche cascine e i piccoli corsi d’acqua colorano il paesaggio stringendo, caldi e affettuosi, il cuore dell’uomo, che altrimenti si sentirebbe solo e smarrito; tutto ha il colore della tradizione, il ricordo perenne delle mani e degli uomini che con reverenza e amore hanno plasmato questa terra. Le forme e i colori di casa. Ogni cosa trasmette amore e conforto. Ogni cosa esala il respiro di secoli di umiltà e lavoro. E là sullo sfondo le montagne d’Italia osservano la pianura con severità paterna, come possenti bastioni di pietra, neve e terra, la delimitano e la proteggono, ora dai venti di tempesta, come in passato l’hanno difesa dalla feroce bramosia dell’uomo. La pianura e le Alpi, due volti opposti, che sempre si guardano e sempre si chiamano, devoti e complementari, due immagini di casa. L’emozione dura pochi istanti, pochi istanti dura il suo sapore ed in pochi istanti bisogna tradurlo in parole. Sentimenti secolari e immutabili, in pochi istanti ed in poche righe: l’eterna magia della mia terra.