Una fiamma, tutta nera, che divampa in ogni cuor


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Il corpo degli Arditi d’Italia nasce nel 1917, grazie ad una circolare dello Stato Maggiore in cui Cadorna dispone che vengano approntati degli speciali nuclei d’assalto. L’esperienza e l’inventiva degli ufficiali fanno il resto. Gli Arditi vengono reclutati solo tra soldati volontari, di provata esperienza in battaglia. I candidati vengono sottoposti ad un corso di addestramento di due settimane, molto pericoloso, nel quale vengono istruiti all’uso specifico delle bombe a mano, al combattimento corpo a corpo col pugnale e alle tecniche d’assalto. Superato il breve addestramento, gli arditi vengono integrati a reparti tradizionali, in qualità di forza speciale. Sono divisi in tre grandi famiglie: Fiamme Nere se provenienti dalla Fanteria, Fiamme Verdi dagli Alpini, Fiamme Cremisi dai Bersaglieri. Solo poco prima della battaglia sul Piave essi vengono riuniti in due apposite divisioni d’assalto. Il loro impatto strategico sarà straordinario. I reparti d’assalto, con azioni eroiche al limite dell’umano, modificano l’assetto statico del fronte contribuendo in maniera decisa a dare un’impronta di movimento all’ultima fase della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano.

La loro tattica d’assalto è agli antipodi rispetto alle pratiche della guerra di posizione in uso per tutta la prima parte del conflitto. Innanzitutto la permanenza in linea degli Arditi è molto breve, vengono trasportati alla prima linea del fronte poco prima dell’attacco e ritirati nelle retrovie dopo l’azione. L’assalto non viene preceduto da ore e ore di intensissimo fuoco di preparazione delle artiglierie, si preferisce sfruttare l’effetto sorpresa; il cannoneggiamento inizia pochi istanti prima della rapida avanzata dei reparti d’assalto e ne copre l’avvicinamento alle trincee nemiche con una cortina di fuoco. Avanzano gli arditi, avanza il bombardamento. A ridosso della trincea avversaria il tiro cessa e viene sostituito da un massiccio lancio di bombe a mano, che spinge il nemico a rimanere riparato nei ricoveri, convinto di essere ancora sotto fuoco d’artiglieria. Quando gli austriaci si avvedono di quanto stia realmente avvenendo è troppo tardi: le Fiamme Nere balzano nella trincea e fanno strage a colpi di pugnale. Le posizioni non vengono rinforzate, si avanza rapidissimi un assalto dietro l’altro. L’attacco degli arditi getta nel panico e nel caos le linee nemiche. L’ondata di fanteria che segue travolge tutto e consolida le posizioni acquisite. Il contrattacco nemico si trova di fronte uno schieramento di rincalzi freschi e non truppe stremate: non si passa! Questa tecnica efficientissima avrà effetti devastanti per gli austro-ungarici, che perderanno così moltissime posizioni considerate inespugnabili.

Dal Monte Corno alle azioni dei “Caimani del Piave”, dalla conquista del Col Moschin all’impresa di Fiume, la leggenda degli Arditi nasce e si alimenta tutta sulla lama del pugnale.

Il pugnale fra i denti e la bomba a mano diventano le armi principali e i simboli popolari di questi combattenti straordinari votati alla vittoria anche a costo della vita, come enfatizza il loro soprannome di “Compagnie della Morte”. Il moschetto c’è ma si utilizza poco, la baionetta non viene inastata sulla canna ma brandita a mano: in trincea lo spazio è scarsissimo e il pugnale è l’arma migliore.

Moltissime furono le medaglie al valor militare che arricchirono il prestigio dei reparti d’assalto. Fra le Fiamme Nere si annoverano anche due valorosi combattenti che diverranno personaggi molto in vista del Fascismo: Giuseppe Bottai, futuro ministro dell’educazione di Mussolini e il coraggiosissimo futuro segretario del PNF Ettore Muti (arruolatosi volontario clandestinamente a soli 15 anni falsificando i documenti) che fu tra gli 800 eroi che attraversarono il Piave a nuoto col pugnale tra i denti e le granate legate a tracolla per cogliere di sorpresa il nemico; al termine dell’azione, che riuscì pienamente, erano rimasti vivi in 23. Eroico Maggiore degli Arditi fu il futuro Maresciallo d’Italia Giovanni Messe.

In un conflitto che fu la lunga epopea dell’eroismo italiano, gli Arditi d’Italia furono tra gli astri più brillanti delle gloriose Forze Armate italiane.

Gli invincibili reparti d’assalto furono sciolti a guerra finita. Ma per questi eccezionali soldati la pace era stretta e il desiderio d’azione non li abbandonò mai: la Federazione Nazionale Arditi fu la punta di diamante dello squadrismo fascista, portando le tecniche militari perfezionate sul campo di battaglia direttamente nella violenta lotta politica tra fascisti e socialisti. Il contributo strategico degli ex reparti d’assalto, insieme a quello di moltissimi ex combattenti, fu indispensabile per il successo della rivoluzione mussoliniana.

E’ stato proprio questo deciso sostegno  degli Arditi al Fascismo ad averne condannata la memoria. La Storia, si sa, la fanno i vincitori e dopo la caduta del regime e la guerra civile, l’epica leggenda degli Arditi d’Italia finì nel dimenticatoio, per volere della non-cultura antifascista, salvo per le enfatizzate formazioni rosse degli Arditi del Popolo (numericamente molto minoritarie sul totale degli ex arditi, che in gran parte scelsero invece il Fascismo) che si opposero allo squadrismo.

E così le gesta di questi eroi, che ancora dovrebbero far palpitare il nostro orgoglio patriottico, sono state pressoché dimenticate dalla gran parte degli italiani. Ahi serva Italia…

*il titolo di questo scritto si riferisce al celebre canto “Giovinezza”, prima inno goliardico scritto da due universitari torinesi, poi modificato al fronte e divenuto uno dei più celebri canti degli Arditi, per divenire infine nientemeno che l’inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista.

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