L’era della tristezza


Il nuovo millennio ha visto in Italia la vittoria definitiva di un solo vero padrone, che ci domina rincrudendo di anno in anno la sua feroce dittatura. E’ la tristezza. Lei era già lì, ben nascosta, sotto l’esuberanza con cui la gente festeggiava l’arrivo del 2000, con le mille speranze in un’era migliore della precedente. Quell’evento, nei miei ricordi di bambino di allora, è correlato a moltissime emozioni positive, una sorta di frenesia data da speranze enormi e bellissime, senza freni né limiti. Era l’emotività della società occidentale lanciata verso il futuro ad avermi contagiato.

Sono trascorsi 13 anni e sarei ben felice di poter dire che la sola differenza, da allora, è che nel frattempo ha preso a crescermi la barba; però non posso, mentirei spudoratamente. Niente è uguale a prima. La tristezza si è impadronita di tutti, sia di chi, come me, è naturalmente portato a percepirla, sia di chi cerca sempre di nasconderla; ed in questo secondo caso pesa ancor di più.

Siamo forse reduci nostalgici di un Novecento iniziato sotto i peggiori auspici ma divenuto, dagli anni ’50, niente male. Schiavi di un ricordo piacevole di benessere, non soltanto economico ma anche emotivo e sociale. E’ vero che i morbi che ora ci uccidono li abbiamo contratti nel secolo scorso, ma i loro effetti non erano ancora così evidenti e l’Italia di allora viveva ancora una parvenza di salute.

Penso che la causa di tutto non sia da ricercare nella mutata condizione economica, ma nel cambiamento, radicale e rapidissimo, della nostra educazione e della nostra socialità; perché una delle più grandi sconfitte della nostra società è la vittoria dell’Io sul Noi.

Nel trionfo dell’individualismo c’è la fine dei valori condivisi, delle tradizioni secolari, della cultura popolare e di quella civica, dei principi religiosi, degli affetti famigliari e amicali; in altre parole: la disfatta di tutto ciò che fa, di un insieme di individui, un popolo e di ciò che fa, di un territorio e dei sui abitanti, una nazione. La dissoluzione di tutto ciò che nobilita l’uomo, votandolo a fini più grandi della sopravvivenza e del godimento fine a se stesso.

Uno dei tanti esempi tangibili di questo stato di cose, facile da notare e comprendere per chiunque, è la nostra difficoltà a comunicare: disponiamo dei più potenti mezzi di comunicazione della storia, insozziamo l’etere con miliardi di informazioni ogni giorno e, quando ci sediamo al tavolo di un bar e qualcuno che siede al tavolo accanto tenta di attaccar bottone per intavolare una conversazione, lo guardiamo come fosse pazzo. Passiamo ore ed ore sui social network, che esistono per lo scopo di “socializzare” (o, per meglio dire, tenersi in contatto) via internet  e, di questi strumenti, il più utilizzato è Twitter, che ti da la possibilità di scambiare messaggi non più lunghi di 140 caratteri, come se si potesse esprimere in 140 caratteri qualcosa di più importante di una fesseria senza alcuna profondità!

Questo era il più banale degli esempi. Ma è utilissimo per comprendere che, a dispetto di quanto potrebbe sembrare, viviamo in uno stato di perenne solitudine, che ci siamo imposti non avendo imparato a condividere nulla. D’altronde, perché mai dover imparare a condividere idee, pensieri, tradizioni, in una nazione in cui il rispetto di tutte le idee, indipendentemente dal loro “peso”, è stato elevato a valore assoluto? Evviva la libertà di pensiero e di espressione! Peccato che non tutte le idee abbiano lo stesso valore… E in una società in cui tutti i pensieri contano alla stessa maniera, tutti abbiamo ragione, che equivale a dire che nessuno ha ragione.

Ma se tutti abbiamo ragione, o, viceversa, se nessuno ce l’ha, che bisogno c’è di scambiarsi idee o condividere una “cultura” con qualcuno, cercando nell’appartenenza ad un gruppo, un partito, un comunità, il riconoscimento di noi stessi. No, meglio l’individualismo, che non pone il rischio di confrontarsi. Peccato che la solitudine sia madre della tristezza…

All’Italia del nuovo millennio manca la memoria delle proprie fondamenta, quella cultura popolare di semplicità, umiltà e solidarietà, di responsabilità, devozione e sacrificio, che sono state la grandezza ed il vanto di questo Paese.

Le trasformazioni radicali che la globalizzazione dei mercati ci ha imposto hanno cancellato tutto questo; ed ora che siamo più distanti che mai dalla possibilità di far rivivere quel mondo, ci appelliamo più che mai alla sua memoria, perché, in fondo, abbiamo maturato la coscienza che sarà ben difficile farlo rivivere.

La prima cura alla tristezza è ricostituire un’unità ideale e solidale tra gli italiani e a questo ci condurranno la crisi e la povertà a cui andiamo rapidamente incontro. Su queste basi, forti del desiderio di riscatto, potremo ritrovare il coraggio per investire di nuovo sul futuro della nostra nazione, sotto tutti gli aspetti: politico, economico-sociale, culturale. Ma dobbiamo farlo finché ne abbiamo le risorse, prima che sia troppo tardi.

Non lasciamo che la tristezza ci privi della capacità di reazione, non arrendiamoci: l’Italia è un grande Paese e gli Italiani sono un grande popolo, possiamo ancora capovolgere le nostre sorti.

 

 

 

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...