Quell’Italia che non riconosco


Fin da bambino ho sempre ascoltato con grande interesse i racconti dei miei genitori, storie di un’Italia diversa, del boom economico, di una società che cambiava ma che, ancora, era profondamente legata, negli usi, costumi e tradizioni, al passato. E di quell’Italia fiera e intraprendente, che studiava l’inglese e parlava il dialetto come lingua madre, di quell’Italia, ancora contadina che si lanciava a capofitto verso l’imprenditoria e l’industria, m’innamorai follemente. E alla stessa maniera m’innamorai di quegli Italiani, orgogliosi e arditi, ferventi di sogni e speranze, solidali e fraterni come solo chi sa di avere una storia, una cultura e un’origine comune può essere. Mi piacque quel Paese orgoglioso e virtuoso che mi veniva narrato, quei trascorsi di vita, pieni di grande fiducia nel futuro, di spensieratezza ma anche di responsabilità; storie di un’Italia più semplice, dove ci si arrangiava e si poteva vivere una vita infinitamente più libera e vivace di oggi. E come tutti i bambini, a cui ancora manca la capacità di osservare con occhio critico la società che li circonda, crebbi pensando di vivere la vita che avevano vissuto i miei genitori. Ahimé fu davvero triste capire, giorno dopo giorno, che avevo vissuto in un sogno felice ormai passato, appartenuto ad altri. Da allora lo sgomento, nel vedere questa italia (si con la i piccola) sempre più vigliacca e senza onore, questi italiani sempre più debosciati, frivoli, nemici di se stessi, nemici della propria storia e delle proprie radici, non mi ha mai abbandonato; semmai è andato crescendo di giorno in giorno, insieme ad una rabbia profonda e ad un  immenso senso di impotenza dinanzi a un simile declino. Guardare la rovina della propria Patria che si autodistrugge, per eccesso di stupidità e ipocrisia e perbenismo, è terrificante.

L’Italia è corrotta più che politicamente, moralmente, a tutti i livelli, dal giovane al vecchio, dal cittadino comune al burocrate, al magistrato, al politico. E con corruzione morale non intendo certo l’inosservanza di determinati principi etici, ispirati alla vita buona; no, un popolo è corrotto quando ha perso il contatto con la realtà che lo circonda, quando ha perso il mordente e dimenticato che per sopravvivere in un mondo di lupi servono forza, astuzia, spregiudicatezza, spirito competitivo, orgoglio. Un popolo diviene corrotto quando perde completamente qualunque componente nazionalista insita nella propria cultura. La Storia ci insegna che qualunque civiltà giunga a questa fase ha di fronte due sole possibilità: la caduta o un radicale rinnovamento, che investa ogni ambito della società, della cultura, della coscienza civica e dello Stato. Un rinnovamento simile deve necessariamente ridare alla nazione quel vigore e quello slancio competitivo che aveva perduti, altrimenti non sarà valso a nulla. Pertanto è a questa lieve speranza che mi appoggio, perché sebbene non sia come la vorrei, non posso smettere di amare l’Italia. Qui sono le mie radici, i miei ricordi e quelli della mia famiglia, ricordi di tempi migliori e di una patria migliore. E qui dobbiamo restare per conservare le memorie che ci sono state tramandate, nella speranza che qualcuno, un giorno, sappia raccoglierle e renderle nuovamente vive in un’Italia rinata.

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