Ruggiti di disperazione


Da giorni il regime nord-coreano fa la voce grossa con minacce di guerra nucleare contro gli USA e l’odiata Corea del Sud. Stando alle ultime notizie Pyongyang ha chiuso il distretto industriale di Kaesong, unico esempio di collaborazione riuscita fra le due Coree agli operai sud-coreani. A quanto riferiscono gli esperti di politica estera, questo era l’ultimo possibile gesto dimostrativo, qualunque ulteriore provocazione dovrà necessariamente richiedere veri e propri atti di violenza. Per quanto concerne l’arsenale atomico a disposizione di Kim Jong Un, si parla di sole tre testate nucleari, montate su missili a medio raggio, con una gittata massima di 4000 km, sufficienti soltanto per colpire l’isola di Guam e le Hawaii, mentre i missili a lunga gittata, da 6000 km, non sarebbero che in fase sperimentale, pertanto sembrano molto improbabili i rischi per Austin, capitale del Texas. Inoltre, qualunque azione bellica nord-coreana, non potrebbe concludersi che con una sicura disfatta, visto l’imponente schieramento delle forze di Seul lungo il 38°esimo parallelo, pronte “a distruggere il 70% della prima linea nemica entro i primi 5 giorni di operazioni”, forse in molto meno, con il potente contributo dell’aviazione americana. Sembra poi molto improbabile che i missili di Pyongyang possano superare gli scudi anti-missile che a breve saranno installati a Guam. Appare palese che le forze nord-coreane per quanto numerose (si parla di un milione di uomini, male armati e male addestrati), siano del tutto insufficienti per rappresentare una seria minaccia per la terrificante macchina bellica statunitense. Allora perché tanto rumore? Le voci ufficiali individuano il problema nelle recenti sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, che avrebbero ulteriormente pregiudicato le possibilità di sviluppo economico della Corea del Nord, a cui si aggiunge la cronica carenza di risorse alimentari. Pertanto le minacce di Kim Jong Un suonano come il ruggito disperato di un leone con i denti smussati, che cerca disperatamente di far paura per evitare di finire aggredito dai suoi rivali. Difficile quindi che esse si traducano in vere azioni di guerra, anche se non si può del tutto escludere un atto di follia del giovane dittatore nord-coreano, dettato da delirio di onnipotenza e scarsa visione della realtà; d’altronde nella Storia di pazzie simile se ne sono viste molte.
Ovviamente la comunità internazionale e l’opinione pubblica occidentale sono unanimi nel condannare il feroce regime di Pyongyang; la verità, però, è che né io né voi abbiamo notizie di come si viva in quel paese, non disponiamo di informazioni per valutare se quella dittatura sia davvero così opprimente e spietata. D’altronde abbiamo chiamato dittatore fino a ieri un uomo come Hugo Chavez (del quale non sto affatto prendendo le difese),  come se avesse fatto sempre uso di chissà quale pugno di ferro, quando in realtà gli si può imputare solamente, come scriveva Marcello Veneziani all’indomani della sua morte, un’ eccessiva morbidezza e mancanza di polso, che ha prodotto in Venezuela problemi di ordine pubblico gravissimi. Con questo non intendo affatto sostenere la causa nord-coreana, perché, ripeto, non posseggo minimamente i mezzi per valutarla e, qualora li possedessi, è molto probabile che non approverei il regime lì vigente. Mi limito pertanto ad osservare che gran parte della responsabilità per l’attuale situazione di turbolenza si deve alle scelte delle Nazioni Unite. Ergo, le democrazie non tollerano la sopravvivenza di altri tipi di regime, a meno che questi non posseggano il potenziale economico della Repubblica Popolare Cinese. Non ci può essere un’alternativa alla democrazia, sono gli stessi regimi democratici a porre questa regola, distruggendo o debilitando fino al crollo qualunque altra forma di governo si affermi in qualunque parte del mondo. E lo fanno sempre, e l’hanno sempre fatto, brandendo il vessillo della libertà. Non è mai importato loro se il regime che andavano a distruggere aveva governato bene, se aveva prodotto sicurezza e prosperità; in altre parole non è mai stato importante il benessere delle popolazioni soggette al regime da sopprimere, la sola questione importante è sempre stata che il mondo non vedesse mai che un paese e un popolo possono vivere bene anche senza un la democrazia. Come tutte le dittature, anche quella democratica persegue costantemente pretese di unicità.

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